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ANNO GIUDIZIARIO 2026: L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE

ANNO GIUDIZIARIO 2026: L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE

Si pubblica il testo dell’intervento del Presidente del Consiglio dell’Ordine alla inaugurazione dell’Anno Giudiziario distrettuale. La cerimonia si è svolta il 31 gennaio nell'Aula Europa della Corte di Appello. Gurada qui l'intervento https://www.radioradicale.it/scheda/780264?i=5009321 TESTO Signor Presidente della Corte, Signor Procuratore Generale, Autorità presenti, Colleghe e Colleghi, Gentili ospiti, l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario non è un rito formale: è il momento in cui le istituzioni della giurisdizione sono chiamate a interrogarsi, con franchezza, sullo stato reale della Giustizia nel nostro Paese. Dinanzi a questo interrogativo, intendo rappresentare il sentiment attuale dell’Avvocatura distrettuale e romana, così come emerge dall’analisi nella fase temporale che, dal 2025, ci ha proiettato nell’anno nuovo. Guardando al passato, per l’anno trascorso il bilancio appare obiettivamente allarmante. Veniamo da un’annata nella quale il nostro Paese ha beneficiato di risorse straordinarie messe a disposizione dall’Unione Europea che tuttavia ci ha imposto anche la mission di realizzare di una Giustizia realmente efficiente ed efficace. Ebbene, occorre chiedersi, con onestà: a che punto siamo? Come procede questo percorso? Gli obiettivi fissati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza appaiono solo parzialmente realizzati e, per l’avvenire, del tutto avulsi dai tempi prefissati. Di contro, l’apprezzabile fine di perseguire l’obiettivo un processo più rapido si è progressivamente miscelato alla palese abdicazione a molte delle tradizionali caratteristiche fondamentali dei processi giudiziari, a taluni dei princìpi-cardine di essi e persino alla certezza del diritto applicato, con un inevitabile pregiudizio di appesantimento dei riti processuali e di aggravamento della condizione di noi difensori. Lasciata in disparte ogni valutazione sulle manutenzioni dell’esteriorità dei palazzi di Giustizia, intendo richiamare l’attenzione sullo stato della Giustizia civile e penale di questo Distretto. Prendo spunto dal settore penale perché è proprio il processo penale il luogo nel quale si misura, ancor più che altrove, la tenuta dello “stato di diritto”. È lì che si confrontano l’autorità punitiva dello Stato e la tutela dei diritti inviolabili e fondamentali della persona. È lì che l’esercizio della difesa manifesta maggiormente di non essere una mera funzione accessoria ed è lì si riafferma che essa è un presidio costituzionale irrinunciabile di civiltà. Ebbene, proprio qui a Roma, nella città che è Capitale mondiale del Diritto, gli uffici giudiziari penali soffrono di gravissime carenze, strutturali e organizzative: aule insufficienti, spazi inadeguati, calendari d’udienza che definisco irrazionali, sovente fonti di frequentissimi disservizi non certo imputabili alle parti ed ai loro difensori. Tutto ciò incide tanto sulla durata dei processi, quanto sulla qualità della difesa, con ricadute dirette sulla tutela dei diritti dei cittadini. A queste criticità si aggiunge anche la cronica carenza di personale amministrativo, che paralizza l’attività delle cancellerie e costringe l’Avvocatura a supplire alle inefficienze con interventi che non le competono. Tutti constatiamo che la pur necessaria digitalizzazione del processo penale è stata avviata in modo disomogeneo e incompleto; da ciò è conseguito l’utilizzo di sistemi instabili e prassi contraddittorie che, anziché semplificare, aggravano il lavoro degli Avvocati e rallentano la giurisdizione stessa. Particolarmente grave è la situazione della difesa d’ufficio e del patrocinio a spese dello Stato: in tale ambito, constatiamo compensi inadeguati, liquidazioni tardive, procedure complesse. In tal maniera, si svilisce gravemente una funzione che garantisce il diritto di difesa anche ai soggetti più fragili e che, nonostante ciò, rappresenta un pilastro fondamentale del processo penale. Persistono, inoltre, criticità evidenti nei contesti del settore dell’esecuzione della pena e del sistema penitenziario, dove l’Avvocatura soffre condizioni che rendono troppo disagiato e difficoltoso l’esercizio della difesa a causa di disservizi che non possono e non debbono essere considerati fisiologici. Preoccupa, infine, dover denunciare il clima culturale che troppo spesso circonda l’Avvocato penalista, troppo esposto ad una immeritata delegittimazione pubblica da parte degli organi di stampa in conseguenza di una distorta interpretazione del suo ruolo. Anche oggi, è indispensabile ribadire ciò con forza e chiarezza: difendere non significa giustificare il reato ma garantire che il processo si svolga nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali. Per il settore civile, non intravediamo orizzonti più rassicuranti. Dopo lo sgraditissimo avvento della “riforma Cartabia” e del suo correttivo, si sono manifestati tutti i preannunziati disagi generati dal complesso e faticoso coordinamento tra le norme, in particolare quelle processuali del primo grado e di procedimenti riguardanti persone, famiglia e minori, che può serenamente definirsi quantomeno frammentato, incertissimo e confuso. Anche l’anno che ci lasciamo alle spalle è stato amaramente contraddistinto da un eccessivo uso -ma, lasciatemi dire, “abuso”- della trattazione scritta in sostituzione delle udienze, tecnica processuale addirittura sconosciuta in quasi tutti i restanti Paesi dell’Europa e che contribuisce notevolmente ad avvilire, burocratizzandola, la celebrazione dei processi civili, reprimendo al contempo la maggiormente fattiva interlocuzione diretta tra i difensori e le Autorità giudicanti. L’immagine di tribunali vuoti, spopolati, deserti, oltre a suscitare comprensibile nostalgia ed a provocare innegabile tristezza, nella gente comune alimenta la percezione di assenza della Giustizia e dell’incomunicabilità tra i protagonisti del processo. Nessunissima soluzione è stata concretamente adottata assicurare gli effetti delle decisioni giudiziarie, omettendo di potenziare una fase esecutiva davvero celere ed efficace, ponendo così rimedio alle inefficienze manifestate dagli UNEP dell’intero Distretto e, tra essi, maggiormente da quello di Roma, costantemente afflitti da carichi di lavoro incompatibili con l’accresciuta domanda di esecuzione giudiziaria e la evidentissima riduzione degli organici degli addetti. Su questo, mi preme ricordare che l’Avvocatura non ha mai mancato di segnalare le criticità, di metodo e di merito, offrendo un contributo costruttivo al dibattito su come e dove intervenire, attraverso proposte alternative e progetti elaborati con la competenza di chi i tribunali li frequenta quotidianamente e ne conosce a fondo le dinamiche. Adesso, entrati a pieno titolo nel 2026, ciò che desta maggiore inquietudine è lo scenario che si profila per l’anno giudiziario che inauguriamo. Anche nel 2026, l’Avvocatura teme che la Giustizia continui a non funzionare o quantomeno a funzionare male se, in attesa del pronunciamento popolare sulla “separazione delle carriere”, si continuerà ad alimentare una separazione sempre più profonda tra gli operatori della giurisdizione, quali certamente sono i giudici ed i difensori. Avvocati e magistrati appaiono oggi molto distanti tra loro, quasi estranei. Questa frattura si è estesa anche ai rapporti tra Avvocati ed addetti alle cancellerie, al punto che ogni accesso in cancelleria viene adesso percepito addirittura come un disturbo alle quiete attività degli uffici. Dunque, per prima cosa, noi Avvocati chiediamo fermamente che si ritorni a sviluppare quanto più l’interlocuzione e la collaborazione con l’Avvocatura, certamente a livello istituzionale ma soprattutto con i singoli difensori, in ogni ambito processuale. Del resto, proprio l’Avvocatura garantisce, in modo determinante, il funzionamento della giurisdizione, mettendo a disposizione competenze e professionalità indiscutibili: oltre all’apporto di noi difensori, proprio dall’Avvocatura provengono giudici onorari, difensori d’ufficio, patrocinatori a spese dello Stato, curatori, amministratori, custodi e delegati alle vendite, risorse indispensabili alle quali sovente non è neppure garantita alcuna sicurezza di compenso e di tempi di corresponsione e che, per questo, dovrebbero essere maggiormente riconosciuti e tutelati. Secondariamente, chiediamo che si intervenga urgentemente per ripianare le piante organiche della magistratura e del personale amministrativo, anche mediante forme di reclutamento straordinario, dal momento che non possono essere bastevoli le assunzioni previste per la realizzazione dell’ufficio del processo. La carenza che l’Avvocatura costantemente denuncia è ormai avvertita in quasi tutti i Distretti giudiziari italiani ma assume aspetti di particolare gravità nel distretto della Corte d’Appello di Roma, a cui sono destinate risorse altamente insufficienti se rapportate alla mole dei procedimenti pendenti, dove anche noi Avvocati siamo chiamati ad operare in una realtà territoriale straordinaria per dimensioni e popolazione. La terza sollecitazione che preme qui esprimere riguarda la modernizzazione tecnologica, tanto sul fronte tanto della digitalizzazione, quanto dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Proprio La digitalizzazione è stata una sfida nella quale anche l’Avvocatura ha creduto, investendo in formazione, strumentazione e sperimentazione, dapprima nel civile e poi nel penale. Non si debbono ignorare le rilevanti criticità riconducibili alla insufficiente assistenza sistemica ed alla carenza di un’adeguata formazione del personale, entrambe troppo spesso impattanti in modo così significativo da generare evidenti disservizi e difficoltà operative che gravano, in particolare, sugli Avvocati nello svolgimento della loro attività difensiva. Sul medesimo crinale, induce riflessioni anche la tumultuosa comparsa dell’intelligenza artificiale nel settore della Giustizia. L’Avvocatura reclama che questa risorsa non generi disarmonia in tutti quei contesti in cui la parte pubblica (le Procure della Repubblica, l’Amministrazione finanziaria, le Avvocature dello Stato e degli gli enti pubblici) ed i “poteri forti” (in primis, istituti creditizi e assicurativi) possano dotare i propri difensori di risorse algoritmiche fuori della portata di qualsiasi Avvocato del libero Foro, distorcendo così quella doverosa parità nell’esercizio della difesa che deve essere garantita a ciascuna parte processuale; ove mai così fosse, si rischierebbe di vedere concretamente compromessa la effettiva attuazione del principio del giusto processo, lapidariamente sancito dall’articolo 111 della nostra Costituzione. Inoltre, l’Avvocatura esige che sia preclusa l’elaborazione di provvedimenti che siano totalmente redatti da sistemi automatici, l’obbligo per la Magistratura di rivelare espressamente l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale sia nel corso del processo che per la elaborazione della decisione ed il coinvolgimento delle rappresentanze forensi per la validazione dell’utilizzo di tali sistemi, al fine di garantire l’eticità degli strumenti utilizzati per l’esercizio della giurisdizione. Inevitabilmente, un quarto spunto di riflessione deve essere rivolto alla realtà del sistema carcerario, dove la Giustizia appare essere colpevolmente assente in un contesto in cui la qualità e dimensione degli spazi della pena violano, quotidianamente, offendendola, la dignità delle persone detenute e, nel contempo, compromettono il sereno svolgimento delle prestazioni di lavoro offerte dal personale di vigilanza a ciò adibito. L’Avvocatura ha sempre manifestato profonda inquietudine e sincero sconcerto per le condizioni in cui versano gli istituti di pena e per la situazione in cui sono costrette a vivere le persone private della libertà personale, a fronte del sostanziale disinteresse che continua ad accompagnare i pur reiterati richiami al rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Strutture penitenziarie inadeguate e ormai deteriorate, il cronico sovraffollamento carcerario e condizioni di vita indecenti costituiscono circostanze che incidono negativamente non solo sullo svolgimento dell’attività forense ma anche e soprattutto sulle condizioni di vita dei detenuti e su quelle del personale di Polizia Penitenziaria. situazione che tutti sappiamo avere prodotto conseguenze drammatiche, quali sono stati i suicidi delle persone detenute e finanche di operatori dell’amministrazione. Dunque, si impone un intervento urgente e responsabile, libero da contrapposizioni ideologiche e da visioni di parte, in coerenza con i principi affermati dall’articolo 27 della Costituzione. Un quinto ed ultimo spunto di riflessione lo esprimo sottolineando la constatazione dello stato pietoso in cui versa la cosiddetta Giustizia di prossimità: quella amministrata negli uffici del Giudice di Pace. È proprio in queste sedi che si manifesta più gravemente il vulnus della carenza di organico e di strutture edilizie, con inevitabili ripercussioni proprio in danno di quella Giustizia che sovente è considerata “minore” solo in riferimento ai criteri di pena edittale e di valore economico. Tuttavia, per i soggetti coinvolti, l’insufficienza di questa Giustizia costituisce sovente fonte di gravi preoccupazioni, ansie, inquietudini ed apprensioni, assolutamente non misurabili sulla base di venale calcolo monetario. Preso atto della disponibilità dei locali della Caserma Manara, auspichiamo che proprio in tali ambienti o quantomeno in analoghi spazi abbia finalmente luogo la collocazione degli Uffici del Giudice di Pace di Roma, potendosi così concentrare, in un unico contesto all’interno del quartiere Prati, il polo romano della Giustizia. Concludo con una mia ultima ma inquietante considerazione. Ritengo che, sul fronte della Giustizia, l’iniquità sociale vada progressivamente accrescendosi in quanto, per molti, l’accesso alla giurisdizione è divenuto un vero e proprio lusso. Se gli indici statistici sulla Giustizia migliorano non è conseguenza di un effettivo progresso di efficienza: al contrario, è perché sta crollando la fiducia nella Giustizia. Perché non sia così, l’Avvocatura chiede che si ponga prioritariamente l’attenzione alla equità ed eticità di ciò che viene celebrato nei nostri tribunali e non si privilegino, al contrario, solo le prestazioni statistiche e la capacità di esaurimento dei processi. Non è accettabile perseguire ossessivamente obiettivi statistici al prezzo di sacrificare la qualità della giurisdizione e i principi del giusto processo. È proprio la distanza tra i principi teorici e la realtà concreta a costituire il vero banco di prova della Giustizia. Ridurre questa distanza è la responsabilità che oggi abbiamo noi tutti. Con questo obiettivo auguro che si apra il nuovo Anno Giudiziario a Roma. Per questo obiettivo, auguro di proficuo lavoro per tutti i protagonisti della Giustizia del Distretto di Corte di Appello di Roma. Avv. Alessandro Graziani Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma